Egea
Geopolitica della paura

La paura è forse la più antica compagna di viaggio dell’uomo eppure mai come oggi la sua ombra sembra allungarsi su ogni angolo della società. Anche quando – dati alla mano – non ve ne sarebbe motivo. Il saggio di Manlio Graziano cerca di comprendere perché.
 

Incertezza economica, criminalità, terrorismo, minaccia ambientale, migrazioni, libero mercato, la pandemia: sono tanti gli elementi che scatenano e alimentano la paura sociale, ormai fuori controllo nella transizione in atto nella nostra epoca, segnata dal declino relativo delle vecchie potenze e dominata dal pessimismo e dall’ansia per il domani. Eppure, secondo Manlio Graziano, nessuno di questi fattori è sufficiente per spiegare lo stato di inquietudine che ha iniziato a serpeggiare per il mondo occidentale negli anni Settanta, fino a manifestarsi in tutta la sua chiarezza con le crisi di inizio millennio. Nel libro “Geopolitica della paura, lo scrittore, giornalista e docente universitario tenta di andare alle radici di un sentimento capace di affermarsi come lo spirito del tempo in cui viviamo. E di influenzare l’agire di buona parte dei governi del globo.

La paura è forse la più antica compagna di viaggio dell’uomo, risorsa che sin dai tempi della preistoria si è rivelata fondamentale per favorire la sopravvivenza e l’evoluzione della specie. Nella sua analisi, tuttavia, Graziano si concentra su una forma di paura ben precisa e recente: la paura sociale come sostrato emotivo costante dell’era del capitalismo.
Se per secoli e secoli gli uomini hanno considerato la paura come parte del ciclo naturale delle cose, spiegata e giustificata dalle religioni, con il capitalismo questa emozione è diventata sociale, cioè prodotta da una società su cui la massa degli individui non aveva alcuna influenza e da cui Dio, per di più, veniva progressivamente escluso. Nonostante il razionalismo abbia cercato di relegare la paura alla sfera dell’irrazionalità, la realtà si è rivelata più complessa e il progresso non è riuscito a liberare l’uomo dai suoi bisogni più profondi, finendo addirittura per privarlo dei propri punti di riferimento in una continua rivoluzione tecnologica, economica e sociale.

Nel caos della modernità, quindi, periodi di slancio ottimistico si sono alternati a fasi di chiusura pessimistica ed è proprio tra questi ultimi, secondo l’autore, che si può collocare la fase storica iniziata negli anni Settanta, in seguito alla fine del periodo di grande sviluppo iniziato dopo la seconda guerra mondiale e all’avvento della globalizzazione. Fenomeno che ha inaugurato un progressivo slittamento dell’asse geopolitico del mondo, con una crescente redistribuzione di ricchezza e potere verso i Paesi in via di sviluppo mai del tutto digerita dalle vecchie potenze e dai suoi cittadini, chiamati a compiere sempre più sacrifici per cercare di difendere il proprio benessere.

E poco importa se nel corso dello stesso periodo le economie avanzate hanno comunque continuato a crescere e le loro popolazioni a prosperare, con costanti miglioramenti degli indicatori economici e dell’aspettativa di vita: la ritrovata inquietudine si è nutrita di un pervasivo senso di fragilità di fronte a tutti i pericoli potenziali, grandi e piccoli, della vita quotidiana, ma anche di fantasmi catastrofisti – dall’apocalisse ecologica alla morte della civiltà occidentale – che si sono spesso mescolati tra loro e nei confronti dei quali è emersa, tanto confusa quanto esigente, una crescente domanda di protezione.  Da strumento di esercizio del potere gestito dall’alto, insomma, la paura si è trasformata in una leva che, agendo dal basso, ha condizionato in maniera sempre più evidente le scelte della classe politica, generando un rovesciamento di prospettiva che sta riorientando equilibri e relazioni internazionali.

Già prima del 2008 la globalizzazione, il terrorismo, gli immigrati, i musulmani, il riscaldamento globale e le epidemie erano indicati alla rinfusa come le minacce principali da cui essere difesi”, spiega Graziano. “La crisi dei subprime del 2008, la ripresa stentata degli anni successivi e infine il massiccio esodo di rifugiati e di migranti del 2015 hanno portato la paura di quelle minacce a livelli parossistici, e le ricadute politiche sono state sconcertanti: non solo la Brexit e l’elezione di Donald Trump, ma anche l’ascesa dei populismi, la scoperta del sovranismo e le jacqueries piccolo-borghesi. La pandemia di coronavirus, nella primavera 2020, e la susseguente quarantena imposta al sistema produttivo e commerciale globale, non potevano che dare a quella paura sociale proporzioni inedite, per intensità ed estensione, contribuendo ad aggravare le tensioni a livello locale e internazionale”.

Un circolo vizioso di cui, secondo l’autore, è necessario prendere coscienza al più presto. Perché la paura non è razionale e proprio per questo non solo produce spesso effetti più gravi delle cause che l’avevano originariamente provocata, ma impedisce di vedere i veri problemi (come la crisi demografica dei Paesi avanzati) che abbiamo intorno e davanti a noi.


 

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