In un mondo segnato da crisi e scarsità, lo studioso franco-indiano Navi Radjou condivide un nuovo modello di sviluppo che ridefinisce il concetto di prosperità, invitandoci a ottimizzare ciò che già esiste con saggezza e creatività. Una rivoluzione che vede l’Italia in prima fila.
Gli esseri umani sembrano nati per “fare di più”. È ciò che li spinge a battere record, a scalare montagne, a raggiungere la luna. Ma che cosa accade quando questa spinta a superare i limiti si scontra con un pianeta che limiti reali li impone, eccome? In un tempo segnato da crisi climatiche, scarsità di risorse, filiere fragili e tensioni geopolitiche che possono mettere sotto pressione energia, logistica e approvvigionamenti globali, continuare a produrre, consumare e crescere secondo i modelli del passato non è più possibile. Per superare questo paradosso, Navi Radjou – pensatore franco-indiano, docente e ricercatore specializzato in innovazione e sostenibilità, già fellow alla Judge Business School di Cambridge – propone un nuovo modello di sviluppo che ci permetta di fare di più, ma con meno: quello dell’“Economia frugale”, raccontato in un saggio edito da Egea e da pochi giorni in libreria, arricchito dalla prefazione di Sergio Iasi, presidente di Maccaferri.
Radjou parte da una constatazione semplice: chiedere alle imprese di “fare meno danni” non basta. Serve un tipo diverso di crescita. Per questo mette in discussione l’idea che sia sufficiente separare la crescita economica dal suo impatto ambientale (decoupling). Ridurre emissioni e consumi è necessario, ma non basta se il sistema continua a premiare l’accumulazione, la competizione distruttiva, la massimizzazione di breve periodo e l’indifferenza verso le esternalità sociali ed ecologiche.
La proposta di Radjou è un passo ulteriore: passare dal decoupling al recoupling, cioè tornare a ricongiungere attività economiche, persone, comunità e territori. Non smaterializzare soltanto l’economia, ma ridarle radicamento, visibilità, impatto concreto. Da qui nasce l’idea di una economia frugale: un sistema capace di “fare meglio con meno”, non in nome dell’austerità o della rinuncia, ma di una prosperità diversa, più intelligente nell’uso delle risorse e più generativa nei suoi effetti. Un’economia che crea maggiore valore economico, sociale ed ecologico, ottimizzando saggiamente tutto ciò che già esiste.
A reggere questa visione sono quattro leve complementari.
La prima è la condivisione di risorse tra imprese, che sostituisce la competizione a somma zero con forme di cooperazione capaci di aumentare efficienza, agilità e innovazione. Dall’Olanda alla Cina, dalla Francia agli Stati Uniti, nel libro compaiono esempi di aziende che condividono rifiuti, magazzini, capacità produttiva, potere d’acquisto, dipendenti, clienti e perfino proprietà intellettuale. Secondo Radjou, la condivisione B2B potrebbe liberare nei prossimi anni oltre 3 trilioni di dollari di valore economico.
La seconda leva è la produzione distribuita e vicina ai territori. Dopo decenni di delocalizzazione e catene del valore progettate solo per l’efficienza, Radjou propone di riportare parte della produzione più vicino ai clienti, usando micro-fabbriche agili, filiere più corte e risorse locali. Non è un ritorno nostalgico al passato, ma una risposta concreta alla vulnerabilità delle reti globali, resa evidente dalle crisi degli ultimi anni. Espandere la produzione “in orizzontale”, scrive, significa poter produrre e consegnare meglio, più velocemente e con minori sprechi, rafforzando al tempo stesso le economie locali.
La terza leva riguarda le reti di valore locali, che mettono in relazione imprese, comunità e luoghi. Radjou insiste sul concetto di iper-localismo non come chiusura, ma come risposta concreta a problemi globali che hanno effetti diversi da territorio a territorio. Le reti iper-locali, spiega, sono insieme radicate nei luoghi e connesse al mondo: una forma di glocalizzazione che permette di affrontare scarsità, crisi climatica e disuguaglianze valorizzando capacità, risorse e bisogni locali. La catena del valore tradizionale lascia il posto a un sistema più aperto, collaborativo e adattabile, che coinvolge anche i “prosumer” (persone che producono beni e servizi personalizzati per uso proprio) e restituisce centralità ai territori.
La quarta leva è una tripla rigenerazione che coinvolga persone, luoghi e ambiente. Non si tratta più solo di ridurre l’impatto negativo, ma di generare effetti positivi: rafforzare la vitalità delle comunità, migliorare la qualità della vita, ripristinare gli ecosistemi. Non un piano calato dall’alto, uguale per tutti, ma una trasformazione sistemica, ancorata ai luoghi, capace di produrre simultaneamente benefici economici, sociali, ecologici e perfino democratici.
In quest’ottica, secondo Radjou, l’Italia è più avanti di quanto si possa immaginare. Il tessuto produttivo del nostro Paese – diffuso, manifatturiero, territoriale – rappresenta un terreno particolarmente fertile per lo sviluppo di un’economia più resiliente, consapevole e frugale. Radjou cita il lavoro di ENEA, che ha creato una piattaforma digitale per consentire alle imprese italiane di condividere risorse industriali nei diversi territori. Finora quasi 300 aziende italiane, in gran parte piccole e medie imprese, hanno stretto 1.946 partnership simbiotiche per condividere 2.672 risorse in varie regioni del Paese.
“L’Italia ha una lunga tradizione manifatturiera, fatta di distretti produttivi, filiere integrate e competenze ingegneristiche di alto livello”, si legge nella prefazione di Sergio Iasi, presidente di Maccaferri, multinazionale italiana che opera nello sviluppo di soluzioni per l’ingegneria civile, geotecnica e ambientale, (e la cui visione industriale rispecchia alcuni dei principi dell'economia frugale). “Proprio per questo può giocare un ruolo importante nella costruzione di modelli economici più efficienti, collaborativi e sostenibili.
Non si tratta di produrre di più, ma di produrre meglio: utilizzando con intelligenza le risorse disponibili, valorizzando l’ingegno umano e costruendo sistemi produttivi capaci non solo di ridurre gli impatti negativi, ma di contribuire attivamente alla resilienza dei territori e alla rigenerazione degli ecosistemi”.
“In contrasto con il sistema capitalistico del «fare di più con di più», che divora sempre più risorse per produrre un numero sempre maggiore di prodotti inutili, l’economia frugale cerca di fare meglio con meno, valorizzando al massimo tutte le risorse esistenti per massimizzare il valore per tutti gli stakeholder”, scrive Radjou. “Un’economia frugale risponde alle esigenze di consumatori parsimoniosi e socialmente consapevoli, che cercano uno stile di vita più semplice, sano ed ecologico e vogliono rafforzare i legami comunitari attraverso un coinvolgimento locale attivo”.
Perché l’economia frugale non ci invita a rinunciare alla prosperità, ma a ridefinirne il significato.