In un mondo attraversato da crisi climatiche, sanitarie, tecnologiche e sociali, Sara Valaguzza affronta una delle grandi questioni del nostro tempo: nell’era della complessità, come può la politica governare efficacemente senza ignorare la scienza?
L’intelligenza artificiale, il cambiamento climatico, le pandemie, le biotecnologie, la transizione ecologica: mai come oggi la vita delle società democratiche è plasmata da questioni ad alto contenuto scientifico e tecnico. Eppure, proprio mentre la conoscenza diventa indispensabile per decidere, il rapporto tra scienza e politica appare sempre più fragile, conflittuale o distorto. Come trovare un equilibrio tra “Ragione e governo”? Sara Valaguzza – professoressa di diritto amministrativo e studiosa dei rapporti tra scienza, diritto e politiche pubbliche – cerca di rispondere a questa domanda affrontandola con uno sguardo giuridico, istituzionale e, soprattutto, profondamente democratico in un nuovo saggio edito da Egea-Bocconi University Press.
Il libro analizza in modo sistematico le ragioni per cui politica e scienza faticano a dialogare, e propone un modello alternativo per ricostruire questo rapporto senza subordinazioni né scorciatoie tecnocratiche. Il punto di partenza è una constatazione netta: la politica contemporanea, spesso guidata dal consenso immediato, dall’emotività e dalla semplificazione ideologica, prende decisioni sempre più scollegate dai dati scientifici e dalla capacità di previsione. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: politiche pubbliche inefficaci, incapacità di prevenire crisi, promesse irrealizzabili, perdita di credibilità delle istituzioni democratiche. Ma la soluzione, avverte Valaguzza, non è affidare il governo alla scienza, né trasformare gli esperti in decisori.
Il libro rifiuta infatti con decisione sia l’idea di una politica indifferente o ostile alla scienza, sia le tentazioni tecnocratiche che vorrebbero ridurre la decisione pubblica a una semplice applicazione di “verità scientifiche”. Scienza e politica, sostiene l’autrice, svolgono funzioni diverse e non sovrapponibili: la prima produce conoscenza attraverso il metodo del dubbio e della verifica, la seconda è chiamata a mediare tra interessi, valori e diritti, assumendosi la responsabilità delle scelte.
La tesi centrale di “Ragione e governo” è che il rapporto tra scienza e politica debba essere ricostruito come un rapporto cooperativo, istituzionalizzato e procedurale. La scienza non è fonte diretta del diritto, ma è una condizione essenziale di razionalità, ragionevolezza e legittimità delle decisioni pubbliche, soprattutto quando queste incidono su diritti fondamentali e beni comuni. La politica resta sovrana nella decisione finale, ma ha il dovere di sapere prima di decidere.
Uno dei concetti più originali del volume è quello di “co-scienza della politica”: una politica che non delega le decisioni agli esperti, ma che assume la conoscenza scientifica come parte strutturale del proprio processo decisionale. Una politica capace di comprendere i metodi, i limiti e l’incertezza della scienza, di confrontarsi con il dissenso interno alla comunità scientifica e di rendere trasparenti le ragioni delle proprie scelte. In questa prospettiva, la scienza non sostituisce la decisione politica, ma ne costituisce il presupposto razionale e il criterio di responsabilità.
Valaguzza propone così un metodo adattivo di governo, alternativo sia al decisionismo sia all’ideologia, fondato su una razionalità procedurale e responsabile. Un metodo che si basa, tra l’altro, su:
• decisioni precedute da istruttorie scientifiche serie, strutturate e trasparenti, capaci di rendere espliciti dati, ipotesi e margini di incertezza;
• obblighi di motivazione rafforzata, soprattutto quando la politica sceglie tra evidenze scientifiche concorrenti o decide di discostarsi dal consenso degli esperti;
• verifica ex post degli effetti delle politiche pubbliche, per valutarne l’efficacia reale e la coerenza con gli obiettivi dichiarati;
• possibilità di correzione e adattamento delle decisioni alla luce di nuovi dati, conoscenze o mutamenti del contesto;
• integrazione stabile e non occasionale della scienza nei processi decisionali, evitando tanto la sua marginalizzazione quanto il suo uso strumentale.
Un metodo, insomma, che consenta alla democrazia di affrontare la complessità senza rinunciare né alla conoscenza né alla responsabilità politica.
Il libro affonda l’analisi nel contesto italiano ed europeo, ma utilizza costantemente comparazioni internazionali e casi emblematici: dalla gestione della pandemia al contenzioso climatico, dalle politiche ambientali al ruolo dei comitati tecnico-scientifici, fino alla crisi della comunicazione politica e alla diffusione del negazionismo scientifico. Centrale è anche il richiamo al “diritto alla scienza”, riconosciuto a livello costituzionale e internazionale come presupposto di una democrazia matura.
Con una scrittura chiara e argomentata, “Ragione e governo” non offre soluzioni semplici, ma invita a un cambio di metodo e di cultura istituzionale: una politica che decida con responsabilità, una scienza che dialoghi senza pretendere di comandare, e istituzioni capaci di trasformare la conoscenza in buon governo.
“L’unica politica coerente con l’oggi”, scrive Valaguzza, “è quella che sceglie la scienza e la tecnica come strumenti per analizzare i bisogni correnti allo scopo di affrontarli e risolverli. È necessaria una politica adattiva, che costruisca la sua coscienza e la sua forza su dati attendibili, evidence based, che si basi su un sistema di elaborazione che possa prevedere azioni a medio e lungo periodo”.
“Scienza, dunque”, conclude l’autrice, “come nuova co-scienza della politica e come strumento di empowerment della democrazia, non come diritto o come elemento divisivo, ma come unione di tutti e bene comune. Se apriamo gli occhi, il binomio, dialogico e costruttivo, tra politica e scienza non è più un’opzione, ma integra una condizione forzata, da gestire nel rispetto dei confini che si spera di aver contribuito a chiarire”.