Mentre cresce la narrazione di un’umanità prigioniera di social, piattaforme e intelligenza artificiale, Antonio Palmieri rovescia il punto di vista: se smettiamo di affidarci al determinismo tecnologico e ricominciamo a prenderci sul serio come esseri liberi, quello che viviamo può diventare il tempo di una nuova “responsabilità aumentata”.
«Siamo prigionieri degli algoritmi che informano, intercettano, manipolano a nostra insaputa». È questa – oggi – la narrazione dominante sul digitale: le piattaforme decidono per noi, l’intelligenza artificiale ci condiziona, i social polarizzano, il capitalismo dei dati ci sfrutta. Non è una tesi infondata, beninteso. Ma è una narrazione pericolosa: perché rischia di convincerci che non abbiamo scelta. L’idea che la tecnologia abbia preso il controllo sulle nostre vite alimenta sconforto e deresponsabilizzazione. Concepire questi strumenti come una sorta di “mostro invincibile”, infatti, finisce per indebolire la sola forza che può davvero fare la differenza: la nostra libertà personale. Nel libro “Non è colpa dell’algoritmo!” (Egea, 2026), Antonio Palmieri propone una lettura controcorrente del nostro rapporto con la tecnologia. Non nega il potere delle grandi piattaforme, né minimizza i rischi del capitalismo digitale, della profilazione o dell’IA generativa. Ma rifiuta il determinismo tecnologico: l’idea che la tecnologia sia un destino inevitabile e che l’essere umano sia solo l’ingranaggio di un sistema più grande.
La tesi è chiara: gli algoritmi non sono entità autonome, ma strumenti progettati da aziende con fini economici e alimentati dai nostri comportamenti. E senza di noi non funzionano. Se è vero che le piattaforme competono per la nostra attenzione, è altrettanto vero che ciascuno di noi sceglie cosa cercare, cosa condividere, chi seguire, come reagire. La selezione delle fonti, la costruzione delle relazioni, l’uso dell’intelligenza artificiale sono atti personali e volontari. L’algoritmo propone, talvolta assecondando il nostro lato "peggiore", ma siamo noi a disporre. Palmieri – da trentacinque anni impegnato nella comunicazione aziendale, politica e digitale e oggi presidente della Fondazione Pensiero Solido – costruisce il suo ragionamento attorno a un’idea forte: serve un “personalismo digitale”. Come don Luigi Sturzo scriveva “stato” con la minuscola per evitare di sacralizzarlo, così l’autore invita a non mitizzare rete e intelligenza artificiale. Non sono soggetti, ma strumenti. E gli strumenti possono essere usati bene o male.
Per farlo, tuttavia, serve consapevolezza. Nel mondo digitale, la distinzione tra reale e virtuale non esiste più: volenti o nolenti siamo tutti “onlife”, immersi in una continuità tra online e offline. Le ferite digitali sono reali quanto quelle fisiche; le parole possono ferire più di una spada. Pensare alla rete come a un “non luogo” favorisce comportamenti irresponsabili e alimenta il mito dell’impunità. La vera divisione, oggi, è tra consapevoli e inconsapevoli digitali. Una presa di coscienza obiettiva ci può permettere anche di lasciarci finalmente alle spalle l’utopia originaria di Internet, intesa come spazio naturalmente democratico, orizzontale e liberatorio. L’idea che la rete avrebbe automaticamente generato dialogo e progresso si è infranta contro la realtà della natura umana: bene e male convivono in ciascuno di noi e si riflettono anche nello spazio digitale. La tecnologia non può eliminare il conflitto né redimere l’umanità.
Certo, il “capitalismo della sorveglianza” esiste, e non aiuta. Palmieri riconosce la concentrazione di potere nelle mani di poche corporation globali e la logica estrattiva dei dati, ma contesta la lettura che riduce l’essere umano a vittima passiva. La libertà è sempre situata, ma non è annullata: anche dentro sistemi complessi esiste uno spazio di scelta. La storia – dal dissenso nei regimi totalitari alle decisioni individuali controcorrente – dimostra che l’azione personale può cambiare il corso degli eventi.
Particolarmente originale è la riflessione sui bias e sulla polarizzazione. L’autore invita a non demonizzare i bias come deviazioni patologiche, ma a riconoscerli come parte della nostra struttura cognitiva. Non siamo macchine perfettamente razionali; siamo esseri relazionali, emotivi, situati. L’obiettivo non è eliminare i bias – impresa impossibile – ma sviluppare onestà intellettuale e coscienza critica. La polarizzazione, allo stesso modo, non nasce con i social: è un tratto strutturale delle dinamiche politiche e umane, che le piattaforme amplificano ma non creano dal nulla.
Il cuore del libro è però la sfida dell’intelligenza artificiale generativa. Per la prima volta una tecnologia tocca ciò che riteniamo esclusivamente umano: il linguaggio, la produzione di testi e immagini, la conversazione. Ma l’IA non è un soggetto cosciente: è un algoritmo probabilistico che rielabora dati. Il rischio non è che prenda il potere, ma che noi le attribuiamo intenzionalità e rinunciamo a pensare. L’autore parla di “inganno della relazione artificiale”: chatbot sempre gentili e disponibili possono illuderci di una relazione senza fatica, disabituandoci alla complessità dei rapporti umani.
In quest’ottica, il campo a cui prestare più attenzione è quello dell’educazione. Che si parli di scuola o di genitorialità digitale, Palmieri insiste su un punto: la tecnologia non deve sostituire la responsabilità educativa. Se l’insegnante resta un “lavoratore della saggezza”, chiamato a formare coscienze e spirito critico, il genitore non può delegare allo schermo la relazione con i figli. La vera partita non è tecnica, ma culturale. Anche nel lavoro, che Palmieri non vede – al contrario di alcuni guru della Silicon Valley – come un peso di cui l’IA ci potrà liberare, ma come un’espressione del nostro essere più profondo, che la tecnologia dovrebbe potenziare, e non cancellare in una “jobpocalypse” che potrebbe azzerare intere coorti di professionisti in moltissimi settori produttivi.
“Non è colpa dell’algoritmo!” è un libro politico nel senso più ampio del termine: non di parte, ma orientato alla costruzione di una cittadinanza digitale consapevole. Riprendendo Václav Havel, Palmieri parla del “potere dei senza potere” nell’era digitale: la capacità del singolo di esercitare libertà e responsabilità anche dentro sistemi complessi. In un tempo in cui il dibattito pubblico oscilla tra entusiasmo tecnologico e catastrofismo, il libro propone una terza via: allenare la libertà, un clic alla volta. Perché il futuro non è scritto dagli algoritmi, ma dalle scelte che facciamo oggi.
“La tecnologia da sola non basta”, scrive Palmieri. “La tesi di questo libro è che ciascuno di noi ha in mano la chiave per farla funzionare a servizio dell’umano, purché sia consapevole, in primo luogo di sé e poi del funzionamento dei social e dell’intelligenza artificiale, e non si lasci fermare da una narrazione che spegne la visione del futuro e la sostituisca con una visione di speranza. Con la speranza si cresce, si cambia, si lotta, si aprono strade, mentre la rassegnazione è l’accettazione passiva della situazione, è rinuncia, è una strada senza via d’uscita. Oggi più che mai abbiamo bisogno di esseri umani «ricostituiti» e restituiti alla capacità di usare bene la propria, insopprimibile, libertà. In questo modo avremo idee nuove e potremo usare la tecnologia come strumento per l’umano”.