Egea


Nel saggio "Le 5 lenti dell'HR", Alessandro Rimassa invita le risorse umane a ripensare completamente il proprio ruolo per contribuire al cambiamento in corso, sviluppando competenze trasversali in diversi ambiti: design, marketing, learning, technology e wellbeing.


 
Il futuro del lavoro? Appartiene (ancora) alle persone. Con buona pace dell’intelligenza artificiale. Ne è convinto Alessandro Rimassa, imprenditore che nel mondo della digital transformation e dell’education ha costruito gran parte della propria carriera. Secondo l’Ad di Radical HR, a giocare un ruolo decisivo per lo sviluppo delle imprese saranno le risorse umane. A condizione, però, di ripensare completamente il proprio ruolo, ampliando la loro sfera di azione e sviluppando competenze trasversali sempre più ampie in diversi ambiti: design, marketing, learning, technology e wellbeing. “Le cinque lenti dell’HR”, insomma, che Rimassa descrive nel suo ultimo libro, edito da Egea.

Nel saggio, l’autore si rivolge a chi lavora nella funzione risorse umane, a Ceo e C-level e a tutte e tutti coloro che hanno a cuore il futuro delle imprese: nel periodo di grande cambiamento iniziato con la pandemia, infatti, il valore aggiunto più importante per le aziende si sono rivelate proprio le persone.

Nello scorso decennio”, spiega Rimassa, “dando vita a quella che oggi è la più importante scuola europea del digitale, la Talent Garden Innovation School, ho più volte sottolineato che «Digital is not an option». In questo nuovo decennio di people transformation dico che «People is not an option». Le persone non sono più qualcosa di opzionale, marginale, forse in futuro non necessario. E lo dico da esperto di futuro del lavoro, da imprenditore, da board member e fondatore di diverse aziende”.
Posso capire”, prosegue l’autore, “che l’affermazione possa apparentemente stridere con un mondo fatto di tecnologia innovativa, in cui l’intelligenza artificiale sembra essere in grado di sostituire l’uomo in moltissimi casi. Pur essendo un promotore e un grande fan dell’intelligenza artificiale, sono anche certo però che l’AI sostituirà solo quei lavori in cui la straordinaria creatività umana non è per forza necessaria. Ed è qui che sta la nostra sfida”.

Una rivoluzione profonda come questa deve necessariamente passare dall’avere occhi nuovi con cui guardare la funzione HR, le aziende e tutte le persone che ne fanno parte. Ed è qui che entrano in gioco le cinque lenti che Rimassa analizza nel saggio.

La lente del “design” consentirà ai professionisti di progettare il prodotto migliore per le esigenze di persone e aziende, trovando soluzioni tailor made a seconda della sfida, dell’individuo, del momento, del contesto, del risultato desiderato. In questo modo, i referenti HR potranno diventare architetti di luoghi di incontro e di brainstorming, fuori e dentro l’azienda (oggi, d’altronde, l’ufficio è ovunque).

Con la lente del “marketing” i responsabili delle risorse umane saranno in grado di creare quelle esperienze uniche che permettono alle persone non solo di restare, ma anche di voler essere i primi testimonial dell’azienda, contribuendo in modo decisivo al branding, alla comunicazione, all’attraction e alla retention di quei talenti che abiliteranno la crescita dell’organizzazione.

La lente del “learning” permetterà invece di guidare il processo di apprendimento delle persone, fino a creare quella corporate university che renderà l’impresa sempre pronta ad accogliere e cavalcare il cambiamento.

Per ripensare il lavoro, però, bisogna investire su digitalizzazione e accessibilità delle informazioni. È in questo delicato ma necessario processo che entrerà in gioco la lente della “technology”, facendo in modo di sfruttare tutti i benefici che l’innovazione può offrire ma senza dimenticare l’asset fondamentale dell’azienda: la componente umana.

Infine, la lente del wellbeing aiuterà a costruire ambienti lavorativi in cui le persone stiano bene, siano più soddisfatte e quindi più produttive, trovino una propria dimensione che sia insieme umana e professionale. Sarà proprio questa lente, insomma, a portare a creare un nuovo modo di lavorare che sia produttivo e umano, dove empatia, relazione, collaborazione e ascolto sono la normalità e in cui i nuovi modi di lavorare si fondino non più su comando e controllo, ma su fiducia e trasparenza.

Perché la trasformazione si compia, però, le competenze non basteranno: gli HR, infatti, dovranno smetterla di sentirsi una mera funzione di servizio e acquisire la consapevolezza di essere, al contrario, una funzione di guida. Un driver di cambiamento, insomma, in grado di lavorare a stretto contatto con chi definisce la strategia del business aziendale, contribuendo sempre di più alla sua definizione.

Chi ha la responsabilità di guidare un’organizzazione,” conclude Rimassa, “ha bisogno delle persone per riuscire a realizzare la strategia e far crescere il business. E ancora: chi guida le aziende e vuole realizzare una strategia di business, ha bisogno di costruire una strategia per le proprie persone. Non c’è business strategy che vinca senza una people strategy che orienti le persone”.
 


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