Egea


 

Perché, mentre Pil e occupazione crescevano, milioni di lavoratori italiani si sono impoveriti? Marco Leonardi e Leonzio Rizzo spiegano come inflazione, contrattazione e sistema fiscale abbiano trasferito reddito dal lavoro allo Stato e ai profitti. E cosa fare per invertire la rotta.

 

Negli anni successivi alla pandemia l’Italia ha sorpreso osservatori e mercati: Pil in crescita più della media europea, occupazione ai massimi storici, spread in calo, immagine internazionale in miglioramento. Eppure, dietro la narrazione dei «tempi buoni», c’è un dato che rovescia la prospettiva: tra il 2019 e il 2025 i salari reali sono scesi di circa l’8%, un record negativo fra i grandi Paesi avanzati. Come è possibile che un Paese che cresce più di Francia e Germania veda i propri lavoratori diventare più poveri? La risposta, secondo gli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, sta in una combinazione di fattori istituzionali: una contrattazione collettiva incapace di tenere il passo dell’inflazione e un sistema fiscale che, attraverso il fiscal drag, ha drenato risorse dai redditi fissi senza dichiararlo. È qui, dunque, che si cela “Il prezzo nascosto” che dà il titolo al nuovo libro dei due studiosi, edito da Egea e da pochi giorni in libreria.

Il saggio parte dal racconto dei «tempi buoni» dell’economia italiana: il sorpasso simbolico sul Regno Unito in termini di Pil pro capite a parità di potere d’acquisto, la stabilità politica apprezzata da media e investitori internazionali, la tenuta del sistema produttivo. Ma, al di là degli indicatori macro, la vita di insegnanti, operai, impiegati, quadri e pensionati racconta altro: buste paga che non recuperano l’inflazione, contratti rinnovati in ritardo o non rinnovati, imposte che aumentano semplicemente perché aumentano gli importi nominali, non il benessere reale.

Dati alla mano – dall’OCSE alla BCE, dalla Banca d’Italia all’INPS – Leonardi e Rizzo mostrano come in Italia la quota della crescita andata ai salari sia stata di gran lunga inferiore a quella destinata ai profitti. Nei cinque anni analizzati, il valore aggiunto è aumentato più che in Francia e Germania, ma oltre i due terzi di questa crescita è finita alle imprese, mentre i salari reali sono arretrati, soprattutto nei servizi e nel pubblico impiego. Per cercare di spiegare questo paradosso, il saggio cerca di andare alla radice di tre possibili concause.

La crisi della contrattazione collettiva
Il modello disegnato negli anni Novanta aveva funzionato in un contesto di bassa inflazione, garantendo che i minimi contrattuali seguissero l’andamento dei prezzi. La fiammata inflattiva 2022-2023 – con aumenti cumulati superiori al 20% – ne ha però fatto emergere i limiti: dai ritardi sistematici nei rinnovi dei contratti nazionali, non compensati da una contrattazione aziendale diffusa solo nelle medie e grandi imprese del Nord, a un meccanismo di adeguamento che esclude l’energia, sottostimando il vero impatto sui bilanci delle famiglie. Il risultato? Salari reali in caduta e working poor anche fra gli occupati stabili, con particolare penalizzazione dei giovani, delle donne, dei lavoratori dei servizi e dei dipendenti pubblici.
 
Il fiscal drag e la “tassa invisibile” sui redditi fissi
Parallelamente, la progressività dell’Irpef ha fatto scattare un’imposta occulta: il fiscal drag. In un sistema che non indicizza scaglioni e detrazioni all’inflazione, ogni aumento nominale di stipendio spinge i contribuenti verso aliquote medie più alte, anche se il potere d’acquisto non aumenta, anzi diminuisce.
Tra 2019 e 2025, calcolano gli autori, il drenaggio fiscale vale oltre 25 miliardi l’anno su lavoro dipendente e pensioni. Le riforme Irpef e i tagli al cuneo hanno in gran parte semplicemente «restituito» questa imposta non dovuta, e in modo incompleto:

  • i redditi medio-bassi sotto i 35.000 euro hanno recuperato quasi tutto il fiscal drag, in qualche caso ottenendo un piccolo saldo positivo;
  • la classe media sopra i 35.000 euro – insegnanti con anzianità, quadri, professionisti dipendenti – continua a pagare più tasse di prima, dopo aver perso potere d’acquisto sui salari lordi;
  • pensionati e autonomi fuori dal regime forfettario sono fra i più penalizzati, perché non hanno beneficiato degli sconti contributivi.
A questo si aggiunge un secondo drenaggio, ancora meno visibile: soglie Isee e limiti per bonus e agevolazioni non indicizzati, che espellono progressivamente le famiglie dai benefici sociali; addizionali regionali e comunali cresciute per compensare i trasferimenti statali erosi dall’inflazione.
 
Un sistema fiscale sbilanciato contro il lavoro
Guardando al mix delle entrate, Leonardi e Rizzo riflettono su come l’Italia appaia come un Paese che tassa molto i redditi da lavoro e poco i patrimoni e le grandi ricchezze:
il 64% del gettito Irpef grava sul 17% dei contribuenti sopra i 35.000 euro;
redditi finanziari, affitti, utili societari godono di regimi proporzionali (26%, 21%, 10%, 24%) spesso più leggeri di quelli applicati a salari e stipendi;
imposta di successione e imposte patrimoniali incidono meno che in Francia, Regno Unito o Spagna.

Secondo gli autori, in un Paese anziano, con ricchezza concentrata in immobili e patrimoni familiari e un numero ridotto di lavoratori ad alto reddito, questo squilibrio diventa insostenibile: si scoraggiano carriere e lavoro qualificato, si accentua l’incentivo all’emigrazione, si allarga il divario tra chi vive di rendita e chi vive di stipendio. Il libro, tuttavia, non si limita alla diagnosi ma propone un percorso di riforma che tiene insieme contrattazione, fisco e politica industriale. Iniziando da un patto per i salari fondato su:
  • regole che rendano vincolante la tempestività dei rinnovi e introducano clausole di adeguamento automatico in caso di shock inflattivi, sul modello del contratto metalmeccanico;
  • una legge sulla rappresentanza che limiti la proliferazione di contratti «pirata» e definisca con chiarezza chi può firmare Ccnl validi per l’intera categoria;rilancio della contrattazione di secondo livello, con strumenti semplici anche per le Pmi, affinché la produttività venga effettivamente condivisa;
  • introduzione di un salario minimo legale di ultima istanza, agganciato ai minimi dei contratti leader, per proteggere i segmenti non coperti o coperti da contratti deboli.

Leonardi e Rizzo propongono inoltre una serie di misure per riformare il fisco, rendendolo più equo ed “europeo”:

  • indicizzazione automatica di scaglioni, detrazioni e soglie Isee all’inflazione, per neutralizzare il fiscal drag;
  • riduzione del peso dell’Irpef sul lavoro dipendente, finanziata da una riallocazione del prelievo verso rendite immobiliari, successioni e grandi patrimoni;
  • revisione dei regimi di flat tax e cedolare secca, per ridurre i privilegi regressivi e allineare il trattamento delle diverse fonti di reddito;contrasto più efficace all’evasione dei redditi autonomi, rivedendo il concordato preventivo perché premi davvero l’emersione e non solo i contribuenti già affidabili.

L’inflazione del 2022”, scrivono Leonardi e Rizzo, “passerà ai libri di storia come la prima grande fiammata dei prezzi affrontata senza recessione e senza disoccupazione di massa. Ma il prezzo di quella «vittoria» è stato pagato dai lavoratori. La stabilità è stata conquistata comprimendo i salari. È questo, in fondo, il prezzo nascosto della nostra apparente normalità: un Paese che sembra in equilibrio perché ha scelto di non vedere l’impoverimento di chi lavora. L’Italia non può continuare a essere l’unico Paese in cui la crescita del Pil non si traduce in benessere diffuso. Bisogna spostare il baricentro della politica economica: dai conti ai redditi, dal debito al lavoro, dalla rendita alla produttività”.


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