Egea


 

In un tempo di regressione democratica e di concentrazione inedita del potere, Marta Cartabia ci spiega perché le corti costituzionali non sono un ostacolo alla volontà popolare ma una delle sue più importanti garanzie, invitandoci a ripensare la democrazia come responsabilità condivisa.

 

Oggi un’enorme quantità di risorse politiche, tecnologiche e finanziarie è concentrata nelle mani di pochi soggetti, in grado di incidere in tempi rapidissimi sulle sorti delle società e delle istituzioni. In questo scenario, la tentazione di decisioni immediate, non ponderate e prive di contrappesi si accompagna a una crescente fragilità dei sistemi democratici, mentre l’ombra dell’autoritarismo inizia ad allungarsi anche là dove mai lo avremmo sospettato. Siamo destinati a ripercorrere le strade – buie – del passato, scivolando di nuovo in tempi illiberali? Nel libro “Custodi della democrazia”, Marta Cartabia – giurista, già Presidente della Corte costituzionale e Ministro della giustizia – racconta una storia diversa, e lo fa partendo proprio da quelle istituzioni nate all’indomani della Seconda guerra mondiale per garantire che il potere si esercitasse entro limiti predeterminati, a tutela della libertà e della democrazia.

Nel settantesimo anniversario dell’insediamento della Corte costituzionale italiana, Cartabia accompagna il lettore nel cuore della democrazia costituzionale, mostrando perché le corti non rappresentino un relitto di un tempo (purtroppo) dimenticato, ma un presidio essenziale contro le derive autoritarie. Anche, e soprattutto, oggi.
Il volume prende le mosse da un dato: la regressione democratica è oggi un fenomeno globale. Secondo l’ultima indagine “Democracy Report”, pubblicata annualmente dal V-Dem Institute dell’Università di Göteborg, alla fine del 2024 il 72% della popolazione mondiale, in 91 Paesi, viveva in regimi illiberali di stampo autocratico, caratterizzati da elezioni debolmente competitive e da un progressivo svuotamento delle libertà fondamentali, in particolare quelle di espressione e di informazione. A questo arretramento si accompagna un impoverimento dell’idea stessa di democrazia, sempre più ridotta, nel senso comune, a pura volontà della maggioranza.

Cartabia mostra come questa semplificazione rappresenti un rischio profondo. Quando la democrazia viene identificata esclusivamente con la forza dei numeri e con la volontà della maggioranza di governo, le costituzioni rigide e le istituzioni di garanzia – come le corti costituzionali – finiscono per essere percepite come un intralcio al “libero” dispiegarsi della politica. Ma è proprio in questi passaggi che la libertà diventa vulnerabile: storicamente, la democrazia si è rafforzata non eliminando i limiti al potere, bensì costruendo cautele costituzionali capaci di arginarlo.

Democrazia, infatti, non significa solo elezioni dei governanti, ma anche rappresentanza, parlamento, diritti fondamentali, separazione dei poteri, pluralismo e rispetto dei limiti. È la democrazia costituzionale, scolpita nell’articolo 1 della Costituzione italiana, che afferma che la sovranità appartiene al popolo ma si esercita «nelle forme e nei limiti della Costituzione». Un equilibrio delicato, che l’autrice analizza con rigore ma senza tecnicismi, chiarendo perché i limiti non siano una negazione della sovranità popolare, bensì la sua condizione di possibilità.

In questa prospettiva, secondo Cartabia, l’erosione delle istituzioni di garanzia non è la conseguenza, ma una delle cause della fragilità democratica. L’esperienza storica mostra che l’indebolimento o l’“addomesticamento” delle corti costituzionali non rafforza la democrazia. Al contrario, la crisi dello stato di diritto e la regressione democratica si sviluppano parallelamente, segnalando che la buona salute di un sistema democratico richiede non solo istituzioni politiche forti, ma anche garanzie costituzionali effettive, indipendenti e credibili.

Il libro ricostruisce la nascita e il ruolo delle corti costituzionali attraverso esempi concreti, a partire dall’esperienza italiana. Dalla prima storica sentenza del 1956, con cui la Corte costituzionale liberò la parola dalla censura fascista, Cartabia mostra come la giustizia costituzionale abbia contribuito al riallineamento dell’ordinamento ai principi di libertà e pluralismo della Costituzione repubblicana, facendo emergere una funzione di vigilanza che non sostituisce la politica, ma custodisce le regole di un gioco millenario.  In quest’ottica, il viaggio di Cartabia si spinge fino all’antica Grecia, e a due delle opere tragiche che ne hanno segnato l’eredità culturale. È così che l’Antigone di Sofocle e le Eumenidi di Eschilo diventano metafore potenti dei conflitti tra legge e giustizia, tra forza e limite, tra potere e principi superiori. Le corti costituzionali nascono proprio per evitare che questi conflitti degenerino in lacerazioni insanabili, offrendo uno spazio istituzionale di (ri)composizione prima che la legge del più forte prevalga sul diritto.

Il libro si chiude con una proposta costruttiva, nel segno di un costituzionalismo collaborativo. Superare la logica della contrapposizione tra volontà popolare e garanzie costituzionali, tra politica e diritto, per riscoprire una responsabilità comune nella cura della democrazia. Un appello che riguarda le istituzioni, ma anche i cittadini, chiamati a ricordare che libertà e diritti non sono conquiste definitive, bensì beni fragili, da custodire e praticare ogni giorno.

 “Questo libro”, scrive l’autrice, “risponde al desiderio che la storia delle corti costituzionali e della democrazia possa giungere all’attenzione dei più giovani e all’attenzione delle tante persone  che gremiscono i luoghi dove si riflette pacatamente e in profondità sulle questioni che interrogano il tempo in cui viviamo.

“È facile reagire a queste regressioni con disappunto, preoccupazione e indignazione”, conclude Cartabia. Ma disappunto, preoccupazione e indignazione di per sé non risolvono i problemi. Occorre comprendere con lucidità ciò che sta accadendo, individuarne le ragioni profonde e provare a rispondere alle sfide del nostro tempo orientandosi con la bussola di quei principi che hanno dato prova di saper recare grande giovamento alla convivenza dei popoli e tra i popoli”.




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