Egea


 

Musk, Zuckerberg, Bezos: il potere non si concentra più solo nelle imprese, ma nelle mani dei loro fondatori. E quando innovazione, dati, infrastrutture digitali e informazioni dipendono da pochi attori carismatici, la questione non è più solo economica: diventa democratica.
 

Per gran parte del Novecento, la grande corporation manageriale ha rappresentato l’architettura portante del capitalismo democratico. Proprietà diffusa, controllo professionale, disciplina dei mercati, potere relativamente bilanciato: era questo il modello che, soprattutto negli Stati Uniti, sembrava aver conciliato crescita, innovazione e stabilità sociale. Oggi quel paradigma non basta più a spiegare il funzionamento dell’economia globale. Al suo posto emerge una figura diversa: il fondatore, dotato di un potere personale, durevole e difficilmente contendibile, capace di travalicare la governance dell’impresa per estendersi alle tecnologie, ai dati, alle reti. E, in alcuni casi, perfino alla sicurezza e alla geopolitica.  Nel saggio “Capitalismo carismatico” (Egea, 2026), l’economista Sandro Trento ricostruisce il passaggio dal capitalismo manageriale del Novecento a quello che definisce founder capitalism: una trasformazione che non riguarda solo le regole societarie, ma la geografia stessa del potere nelle democrazie contemporanee.
 
Secondo l’autore, docente all’Università di Trento, il capitalismo sta vivendo una nuova metamorfosi. Dopo la stagione dell’impresa familiare e quella della corporation manageriale, il XXI secolo vede il ritorno del fondatore come centro di comando. Non si tratta di un semplice ritorno al passato. Il nuovo fondatore non è il patriarca industriale ottocentesco: è un attore che combina tecnologia, finanza, narrazione e controllo di infrastrutture essenziali, e che riesce a mantenere un potere personale anche in presenza di migliaia o milioni di azionisti. Questo slittamento è stato reso possibile da una serie di leve giuridiche e finanziarie – azioni a voto plurimo, mercati privati ipertrofici, direct listing, Spac, venture capital, fondi sovrani – che hanno consentito ai fondatori di raccogliere capitali senza rinunciare al controllo.
Trento mostra come il rovesciamento rispetto al modello classico della public company sia ormai compiuto: la Borsa, un tempo luogo in cui il controllo si disperdeva e i manager venivano disciplinati dal mercato, oggi può diventare la leva con cui il fondatore istituzionalizza il proprio potere. Il mercato, insomma, non agisce più soltanto come vincolo: diventa uno strumento.
 
Da Musk a Zuckerberg, da Bezos a Page e Brin, il capitalismo carismatico appare oggi come una forma di potere che non si limita più all’impresa. In alcuni casi, sostiene Trento, i fondatori diventano “nuovi sovrani privati”. L’episodio di Starlink in Ucraina è emblematico: nella notte tra l’11 e il 12 settembre 2022, durante la guerra contro la Russia, Elon Musk limitò l’operatività della rete satellitare su alcune aree del fronte, prendendo di fatto una decisione con effetti geopolitici diretti. Non fu un Parlamento a deliberare, né un’organizzazione internazionale: fu una scelta personale, giustificata in un tweet. Un esempio di come il potere dei fondatori possa assumere funzioni un tempo prerogativa degli Stati.
 
Da qui deriva la questione centrale del volume: chi controlla i controllori privati? Quando le grandi piattaforme gestiscono infrastrutture decisive per la comunicazione, i pagamenti, il cloud, l’intelligenza artificiale o perfino la difesa, il nodo non riguarda più soltanto la concorrenza o la corporate governance. Riguarda la qualità stessa della democrazia. Il capitalismo carismatico, insomma, genera una tensione profonda con i principi della democrazia costituzionale, perché concentra nelle mani di pochi soggetti privati funzioni pubbliche di fatto, senza legittimazione democratica e con livelli di accountability limitati.
 
L’analisi del founder capitalism non si limita agli Stati Uniti – dove nasce e si consolida – ma costruisce una vera e propria mappa globale del fenomeno. In Europa incontra resistenze strutturali, legate a modelli proprietari più chiusi e relazionali; in Asia assume forme ibride, come mostra il caso cinese, dove il potere dei fondatori resta reale ma subordinato al controllo politico dello Stato.
 
Attenzione, però: il saggio non è un pamphlet contro l’innovazione. Trento evita sia la celebrazione dei fondatori sia la loro demonizzazione. Il suo bilancio è più sottile: questo modello ha alimentato dinamismo, capacità di investimento e leadership tecnologica, soprattutto americana. Allo stesso tempo, però, ha introdotto una discontinuità profonda con la tradizione del capitalismo dei mercati contendibili, rischiando di trasformare l’economia in una costellazione di oligarchie tecnologiche. Il problema non è solo che pochi fondatori siano molto ricchi o molto potenti, ma che il loro potere tenda a diventare irreversibile, protetto da architetture proprietarie, infrastrutturali e algoritmiche difficili da negoziare e da contestare.
 
Nelle pagine finali, il libro si misura con i possibili scenari. Da un lato, la possibilità che le istituzioni – attraverso antitrust dinamico, clausole di tramonto sui diritti di voto plurimo, regole di interoperabilità e trasparenza – riescano a riportare la politica al centro. Dall’altro, il rischio opposto: una stabilizzazione oligarchica, in cui la performance tecnologica sostituisce la legittimazione democratica e la sovranità si personalizza sempre di più attorno a fondatori e piattaforme. La posta in gioco è semplice da enunciare ma difficile da governare: mantenere aperta la possibilità del nuovo senza consegnare il futuro a poteri privati senza mandato.
 
La domanda”, scrive Trento, “è se questo modello sia ancora riconducibile al capitalismo o se stiamo assistendo alla nascita di un ordine nuovo, post-capitalista. Se il capitale non è più il fine, ma il mezzo per esercitare potere illimitato e plasmare mondi futuri, la traiettoria non è più quella della semplice accumulazione. È un processo che dissolve i confini tra economia, politica e tecnologia, in cui i fondatori diventano architetti di nuove forme di sovranità.
 
La posta in gioco è enorme. Se questi fondatori vedono il capitale come mezzo per conquistare la longevità, lo spazio, la vita artificiale o il dominio dei dati globali, siamo di fronte a un progetto che supera la cornice storica del capitalismo come sistema economico. È qui che la questione diventa politica: fino a che punto questa metamorfosi è compatibile con la democrazia liberale? E se la logica non è più accumulare ricchezza, ma acquisire potere illimitato, siamo ancora dentro il capitalismo o già in un esperimento di postcapitalismo oligarchico? La risposta non è scontata, ma la domanda segna il cuore del nostro tempo




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