Egea

La pecora nera


L’Italia oggi è diventata un’idiosincrasia all’interno dell’Eurozona, dal punto di vista economico, sociale e politico: non può permettersi di violare la fiducia concessale con il Next Generation EU.

Nell’ultimo decennio due grandi crisi hanno definito l’Europa: quella del debito sovrano dell’Eurozona nel 2010 e quella del Covid-19 nel 2020. Dal punto di vista economico si tratta di due accadimenti diametralmente opposti.
La crisi del debito sovrano è stata un evento asimmetrico, le cui origini erano profondamente radicate in scelte di politica economica nazionale. Nata da un decennio di divergenza tra i modelli di crescita dei paesi dell’“Euro-Nord” e dell’“Euro-Sud”, la crisi ha però portato a una convergenza senza precedenti all’interno dell’Eurozona. Messo di fronte a uno shock delle dimensioni della crisi del debito sovrano, il modello di crescita dell’Euro-Sud è profondamente cambiato: il processo non è stato indolore dal punto di vista sociale e politico, ma di certo ha permesso ai paesi dell’Euro-Sud di tornare a crescere, riavvicinandosi ai paesi Euro-Nord. Solo in Italia questo cambiamento non c’è stato. Mancate azioni decisive sul fronte del debito pubblico, della produttività e del credito, hanno messo il nostro paese - già prima della crisi del Covid-19 – a rischio di rimanere imprigionato in un circolo vizioso di stagnazione economica, emigrazione, bassa crescita potenziale, disoccupazione, povertà e disuguaglianza, rendendolo di fatto un outlier (un caso idiosincratico) all’interno dell’Eurozona di oggi.
Politicamente, la crisi del debito sovrano ha aperto una frattura profonda in tema di solidarietà fiscale, facendo emergere una narrativa, che ha visto l’Europa dividersi «Nord» e «Sud», «santi» e «peccatori», «centro» e «periferia». Queste etichette dal potere identificativo molto forte possono plasmare la narrativa di una crisi, alterarne la comprensione da parte dell’opinione pubblica e quindi influenzare la risposta che i responsabili politici saranno disposti a offrire, anche nel lungo periodo. L’«eccezionalismo» dell’Italia non è solo economico ma anche politico, come evidente nel fatto che siamo l’unico paese membro dell’UEM ad aver eletto al governo una coalizione di partiti populisti euroscettici.
La pandemia scatenata dal Covid-19 è uno shock simmetrico, con origini esterne alla politica economica, che rischia però di innescare una ripresa asimmetrica che potrebbe compromettere quella convergenza faticosamente raggiunta negli ultimi anni. La capacità di spendere per mitigare gli effetti economici della crisi varia infatti molto, all’interno dell’UEM, a seconda delle condizioni macroeconomiche preesistenti. In particolare, l’elevato debito pubblico lasciato in eredità dalle crisi precedenti limita lo spazio fiscale di alcuni tra i paesi più colpiti.
Dal punto di vista politico, questa crisi sembrerebbe una chiara occasione per dispiegare solidarietà fiscale a livello europeo. Tuttavia, raggiungere un accordo su questa solidarietà è stato molto difficile, e il processo è stato dominato da recriminazioni e fratture fin troppo familiari tra Euro-Nord e Euro-Sud. L’accordo raggiunto a luglio 2020 dal Consiglio Europeo da un lato abbatte in un colpo solo due tabù (emissioni comuni di debito UE di grandi dimensioni e trasferimenti fiscali netti espliciti tra paesi), dall’altro non si spinge a mutualizzare il debito e riduce di molto la quota di emissioni comuni che andranno a finanziare la spesa «federalista» per beni pubblici genuinamente europei.Sorge allora spontanea la domanda: perché neanche uno shock economico senza precedenti come il Covid-19 è stato sufficiente a produrre un definitivo superamento della frattura tra Nord e Sud dell’Eurozona sul tema della solidarietà fiscale all’interno dell’UEM?
L’Italia si trova proprio al centro della risposta a questa domanda: con un debito che nel 2020 raggiungerà il 160% del PIL, un’economia stagnante e una retorica euroscettica di successo, il nostro paese è diventato il fulcro di un dilemma economico e politico per Bruxelles. Da un lato, la nostra permanenza in Europa poteva essere messa in serio pericolo da un mancato accordo sulla solidarietà fiscale; dall’altro, il raggiungimento di tale accordo si è rivelato particolarmente difficile, proprio perché era l’Italia – il paese che non aveva intrapreso la strada della convergenza economica con il resto dell’Eurozona - ad averne più bisogno. A ciò si aggiunge il fatto che l’Italia ha una storia di inefficienza quando si tratta di spendere fondi europei. Eppure, nell’ambito del pacchetto Next Generation EU, essa è l’unico contribuente netto al bilancio UE che diventa beneficiario netto della componente delle sovvenzioni. Alla luce di questo, l’accordo raggiunto a Bruxelles può essere sicuramente visto come un atto di fede da parte di Germania, Francia e gran parte dell’Europa in un paese che oggi rischia di diventare l’anello più debole. Ecco che allora riavviare la crescita nell’Italia di oggi non è «solamente» un imperativo sociale, ma anche un imperativo politico: da essa dipenderà non solo la tenuta del paese, ma anche il suo peso politico in un’Europa che in questo momento si trova ad affrontare importanti sfide economiche e geopolitiche e che nei prossimi anni sicuramente vivrà importanti cambiamenti.
L’Italia ha ora la responsabilità chiave di assicurarsi che la fiducia non sia stata mal riposta. Se falliremo, la nostra posizione in Europa sarà destinata a estremizzarsi sempre di più in un insostenibile gattopardesco isolamento.

 

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