Egea

La ricchezza delle religioni 

Un saggio che riporta la religione all’interno del dibattito economico contemporaneo, svelando ciò che molti pensano, ma in pochi hanno il coraggio di scrivere: non bastano la domanda e l’offerta, la produzione e i consumi, per comprendere completamente la crescita economica è necessario tener conto anche della religione, cioè dell’«irrazionale».
 
Le convinzioni religiose sono importanti meccanismi di guida dell’agire umano e, come tali, possono avere un effetto diretto sui comportamenti economici dei fedeli e sulla creazione di ricchezza. Adottando un approccio laico e scientifico nello studio del rapporto tra fede ed economia, McCleary e Barro – fondatori di un seminario annuale su queste tematiche all’Università di Harvard, dove entrambi insegnano - illustrano come nel corso degli ultimi secoli le scelte religiose abbiano condizionato i valori e i comportamenti di milioni di persone, e influito sulla produzione di ricchezza e sulla diffusione del benessere in molte aree del mondo.
Partendo dalle idee del sociologo tedesco Max Weber (espresse ne “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”) e tramite l’analisi della relazione di alcuni dati macroeconomici con altri relativi alla diffusione e alla prassi religiosa, gli autori giungono alla conclusione che possiamo capire bene poco delle dinamiche di crescita di vari paesi – siano essi a prevalenza cattolica, protestante, musulmana, induista o multiconfessionale – senza considerare l’influenza esercitata dalla religione.
La tesi portante di questo libro già affiora nel primo capitolo. La religione è in grado di alimentare la crescita economica grazie alle convinzioni religiose e ai comportamenti insegnati ai propri seguaci. Le convinzioni religiose influiscono (in senso positivo), perché promuovono attitudini quali lo sforzo lavorativo e la parsimonia. Al contrario, la partecipazione può pesare in senso negativo se determina un forte consumo di risorse e contribuisce a produrre una legislazione in campo economico contraria alla crescita.
Numerosi sono i casi analizzati a supporto di queste tesi, sempre supportate da dati.
Ad esempio, risulta che, da un lato, se la religione sostenuta dallo stato può incoraggiare la religiosità offrendo i giusti incentivi, dall’altro la regolamentazione governativa della religione finisce per ridurre la competizione globale tra le identità, abbassando in tal modo il grado finale di partecipazione. Questo fenomeno si riscontra dalla Cina al Nord America e coinvolge molte tradizioni religiose, per differenti luoghi e confessioni.
Un’altra considerazione non così ovvia viene poi discussa nel capitolo dedicato alla religione islamica, a proposito del Ramadam, periodo che tenderebbe a contribuire a una crescita economica più lenta. In realtà dal momento che le ore di luce dei giorni in cui il Ramadan viene condotto variano stagionalmente, i Ramadan invernali sono meno distruttivi per l'economia di quelli estivi. Confrontando due paesi prevalentemente islamici, la Turchia e il Bangladesh, emerge così che negli anni con un Ramadan estivo, la crescita della Turchia rallenta rispetto a quella del Bangladesh (più vicino all'Equatore); in inverno i dati sono invertiti.
Altrove nel libro, a proposito della religione cattolica, viene esaminata la formazione dei santi: negli ultimi 40 anni, si rileva – con un’accurata spiegazione del processo – come ci sia stato un aumento senza precedenti delle beatificazioni, primo passo verso la canonizzazione. È "la risposta competitiva della Chiesa cattolica al protestantesimo” - sostengono gli autori – “perché riaccende il fervore religioso in regioni tradizionalmente cattoliche”.
Adottando un approccio interdisciplinare e combinando economia, sociologia, antropologia, storia, geografia, teologia e filosofia, McCleary e Barro ci dicono che la religione, che piaccia o meno, è un aspetto fondamentale della vita degli uomini. Il suo speciale contributo alla società deriva dalle convinzioni spirituali, soprannaturali, non verificabili che possono essere grandi fattori motivanti rispetto al comportamento in questo mondo. Ed ecco allora che - contrariamente alla convinzione diffusa anche tra molti economisti «ortodossi» - anche la scienza economica tradizionale finisce per dover ammettere la presenza dell’irrazionale e dell’imprevedibile tra i fattori in grado di determinare i processi economici.


 

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