Egea

Il paese innovatore 

Un saggio sul tema dell’innovazione, in cui l’autore documenta con competenza e passione civile una verità scomoda: un Paese che non rischia e non innova non può crescere.
 
La crisi epocale causata dalla diffusione del Coronavirus a partire dalla primavera 2020 ha fatto esplodere i problemi cronici e strutturali del nostro Paese, mettendo a nudo un nostro ritardo strutturale rispetto alle aree più dinamiche dell’Europa e del mondo. Ma il quadro è fatto a macchia di leopardo, come ci confermano indicatori e analisi, dove accanto ad eccellenze e aree di grande sviluppo si rilevano situazioni di arretratezza.  
C’è chi chiede allo Stato di porre rimedio a ogni tipo di stortura, calamità naturale, sfortuna economica, invocando il suo intervento, spesso immaginandolo come un’entità terza rispetto a noi, dotata di risorse infinite, e portatore di virtù e moralità superiori a quelle dei privati, siano essi singoli cittadini o imprese. Di fronte alle sfide della globalizzazione è umano ricercare qualcuno che ci aiuti ad affrontare questi tempi complessi. Ma, sostiene Fuggetta, questa è una richiesta ideologica e strumentale in un Paese che vede una diffusa presenza del pubblico in tutti i settori dell’economia e della società.
La domanda di fondo, a cui l’autore arriva nella parte finale del saggio, è “quale Paese vogliamo?”: a un Paese che si identifica con lo Stato, un Paese con uno Stato imprenditore, innovatore e ridistributore della ricchezza prodotta, Alfonso Fuggetta preferisce un Paese della responsabilità civile, degli investimenti a servizio della collettività, delle pari opportunità, della solidarietà vera con chi fa fatica, della valorizzazione delle capacità di ciascuno di noi.
Capitolo dopo capitolo, l’autore riflette su quali siano le strade per aiutare il Paese per uscire da questo momento di difficoltà, e in particolare su quale ruolo può giocare l’innovazione. È grazie a questo snodo, inteso non come “slogan”, che il tessuto economico può trovare nuova linfa.
La tesi di Fuggetta è che lo Stato deve fare alcune cose e non altre: soprattutto non dobbiamo pretendere o anche solo immaginare che sia lo Stato a gestire in prima persona, come operatore economico, i temi dell’innovazione, della crescita e dello sviluppo. Non è lo Stato imprenditore e innovatore che ci salverà. Tutto il Paese deve crescere, svilupparsi ed essere innovatore, in tutte le sue articolazioni e strutture, certamente con un corretto ruolo e sostegno del soggetto pubblico.
In questa visione differente si pone il confronto con Mariana Mazzucato, e con le espressioni (usate dall’economista per la prima volta) di Stato imprenditore e Stato innovatore. Per Fuggetta, l’analisi proposta ne “Lo stato innovatore” risulta debole soprattutto per il caso delle tecnologie digitali: il governo USA è un grandissimo investitore, finanziatore e acquirente di ricerca e di tecnologie, ma non è certo lui che le crea o che trasforma in prodotti i risultati della ricerca. Non è il governo USA “innovatore” o “imprenditore”. Le aziende nascono e sono gestite nel mercato e dal mercato. L’innovazione, in Usa come in Italia, non è una conseguenza lineare dell’attività di ricerca, ma un processo complesso e rischioso.
E venendo all’Italia: qui non manca uno Stato imprenditore, ma abbiamo problemi con una diversa origine. Spendiamo poco e male in attività importanti per il nostro Paese: mancano i finanziamenti per la ricerca di base, e mancano quelli per la ricerca esplorativa di medio e lungo periodo. Non vengono commissionate grandi opere/prodotti/missioni (come il Concorde in Europa, es.), e quando è stato fatto (Mose o grandi infrastrutture come l’Alta Velocità) siamo rimasti vittime dei soliti vizi.
Vengono finanziati processi di innovazione in modo confuso ed estemporaneo (iniziative di breve respiro). Lo Stato che manca è quello orientato allo sviluppo e alla crescita delle conoscenze e del mercato, che promuova ricerca e innovazione in tutti i contesti.

 

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