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Fuori i dati


Thomas Ramge e Viktor Mayer-Schönberger propongono una tesi dirompente: per rilanciare il progresso è necessario rompere i monopoli sulle informazioni e mettere fine alla protezione dei dati. Superando la GDPR.
 

Aprire a tutti l’accesso ai dati non è solo possibile ma è fondamentale per rilanciare il progresso. E l’Europa, oggi schiacciata nella morsa della “guerra fredda tecnologica” tra Stati Uniti e Cina, può e deve giocare un ruolo da protagonista nella costruzione di un nuovo ecosistema digitale fondato sulla libera circolazione delle informazioni, dando così inizio a una rivoluzione in grado di scardinare i monopoli che attualmente frenano le potenzialità di sviluppo di buona parte del pianeta. È questa la tesi che Thomas Ramge e Viktor Mayer-Schönberger – rispettivamente ricercatore presso il Center of Advanced Internet Studies di Bochum e professore di Internet Governance and Regulation all’Università di Oxford – presentano nel loro nuovo saggio “Fuori i dati!”. Il primo passo per riuscirci? Superare il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) con un nuovo Regolamento generale sull’uso dei dati.

La proposta degli autori parte da una constatazione: negli ultimi vent’anni i colossi del settore digitale sono progressivamente riusciti a concentrare sui loro server una quantità di dati impressionante. Dei veri e propri monopoli di informazioni, che se possono far bene agli azionisti delle grandi corporation, fanno invece male al progresso. Secondo Ramge e Mayer-Schönberger, infatti, “viviamo in un periodo di frenetica stasi dell’innovazione”: negli Stati Uniti e nel mondo occidentale in generale i guadagni di produttività sono a livelli storicamente bassi, e un numero sempre più ridotto di aziende registra la maggior parte dei brevetti, ulteriore indicatore del calo del potere d’innovazione dell’economia.
La motivazione principale di questo rallentamento sarebbe la scarsa disponibilità di dati per chi – utilizzandoli – potrebbe generare valore: dai tecnici ai lavoratori, dalle startup innovative alle aziende tradizionali, da chi si occupa di politiche sociali alle ong. Oggi vengono raccolti circa sette volte più dati di quelli che vengono utilizzati anche solo una volta: ciò significa che oltre l’80% di questi non solo non crea valore ma lo distrugge poiché la fase di raccolta e conservazione comporta costi che non vengono poi compensati dallo sviluppo di nuova conoscenza.
 
Secondo gli autori, quindi, i tempi sarebbero maturi per obbligare le “superstar” digitali a condividere il loro tesoro. Non si tratterebbe di espropriare le Big Tech, visto che in senso strettamente legale i dati non possono essere “posseduti” e nemmeno scompaiono se più soggetti li usano. Dal punto di vista economico, infatti, i dati sono un “bene non rivale”, che si trasforma in valore solo quando viene utilizzato e il cui valore aumenta anzi a ogni uso aggiuntivo.
Una rivoluzione di tale portata , non potrebbe partire né dagli Stati Uniti della Silicon Valley né da una Cina impegnata a raggiungere lo status di prima superpotenza digitale del globo: il compito, quindi, spetterebbe a un’Europa che se da un lato ha posto il tema della “sovranità digitale” e dell’innovazione tecnologica come una delle principali sfide da affrontare per rilanciarsi, dall’altra deve confrontarsi con una “versione quasi religiosa della protezione dei dati” che sta contribuendo a generare una disponibilità sempre più scarsa di questi ultimi.

L’Europa”, affermano Ramge e Mayer-Schönberger, “dovrebbe attaccare dove gli Stati Uniti e la Cina sono più deboli di quanto pensano: nella loro reale capacità di innovazione. La politica europea può resistere al potere dei monopoli digitali dando potere all’imprenditoria innovativa e a una nuova generazione di imprenditori in grado di cogliere le opportunità”.

Per farcela, tuttavia, è necessario il superamento del GDPR e la sua integrazione con un nuovo Regolamento generale sull’uso dei dati, inaugurando un sistema che renda obbligatoriamente (e facilmente) accessibili le informazioni non soggette a vincoli di riservatezza (dai dati personali ai segreti industriali) in base a parametri ben definiti e progettati per favorirne la condivisione dai soggetti più grandi ai più piccoli, obbligando questi ultimi a contraccambiare solo nel caso in cui volessero attingere alla fonte. Un ecosistema digitale che – nelle speranze degli autori – potrebbe non limitarsi all’Europa ma dovrebbe puntare ad accogliere e coinvolgere anche i Paesi in via di sviluppo con l’obiettivo di creare una grande regione di accesso aperto alle informazioni. E mettere fine al “colonialismo dei dati”.

 


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